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«Io voglio che stravedi»

E se mi guardi davvero e poi mi vedi?
Io voglio che stravedi non che vedi!

Così scrive Patrizia Cavalli in Datura (Einaudi, 2013), sintetizzando in modo folgorante, ben più che un bisogno di essere stra-visti, il terrore di essere visti, che ci prende spesso all’inizio di una relazione, quando lo sguardo dell’altro può essere una graticola ardente da cui siamo mortalmente attratti e a cui siamo tuttavia tentati di non esporci troppo. “Stravedimi” significa 

vedi oltre me, o vedimi in modo distorto, possibilmente amplificato. Ma insomma, non vedermi esattamente come sono, perché così come sono potrei non piacerti. E’ la richiesta di un’ abnorme lusinga dell’ego che ci porta dentro la psiche del narcisista, di cui questi versi raccontano – ma direi fotografano – le sabbie mobili. Equivocamente ritenuto un “troppo pieno”, nel narciso c’è invece quello che la psicologa Umberta Telfener definisce «il buco vuoto in mezzo al petto».

Io amo questi versi. In realtà amo la poesia di Patrizia Cavalli. Ma di questo, se continuerete a seguirmi, vi accorgerete molto presto!