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Lune pietose nei millenni.

D’estate si guarda più spesso la luna, magari in cerca di ispirazione e di conforto. Ho sempre pensato alla luna come a un’amica, una confidente, insomma una complice. La sua luce non invadente e frontale ma obliqua e discreta consente il tempo della sospensione e sembra incline ad accogliere e ad ascoltare. Moltissima poesia, dalla più antica alla contemporanea, ce la consegna così. E se si parla di luna in poesia sembra impensabile non citare Leopardi. Ma stasera ho in mente due lune, lontanissime tra loro nel tempo, accomunate da un sentimento di pietà.

La prima è la luna virgiliana del secondo canto dell’Eneide, quello in cui si narra la notte dell’inganno greco a danno dei Troiani. I Greci hanno introdotto a Troia la loro macchina da guerra, il cavallo che contiene i soldati pronti a mettere a fuoco la città. Nottetempo, nella luce soffusa emanata dalla luna, una parte della flotta greca si muove verso Troia, dall’isola di Tenedo dove si è nascosta. Dicono i versi:

                                           …      et iam Argiva
phalanx instructis navibus ibat a Tenedo
tacitae per amica silentia lunae litora nota
petens …

Quel «tacitae per amica silentia lunae» – verso che ha affascinato e ispirato molti studiosi e lo scrittore William Butler Yeats, il quale ha intitolato un suo libro Per amica silentia lunae –  mi piace tradurlo «attraverso i silenzi complici della tacita luna», sulla scia della celebre versione di Luca Canali. La luna, infatti, è qui silenziosa alleata di un’impresa destinata a portare dolore e morte. Ma i versi di Virgilio ci restituiscono una presenza incolpevole e rassicurante.

Qualche millennio più tardi – nella Roma di fine Ottocento o forse dei primi Novecento – un’altra luna si impietosisce nell’assistere a una “death by water”, il suicidio per annegamento di Ninetta. Lasciata dall’uomo che ama, la donna affida la sua ricerca di pace alle acque scure del Tevere. Il suo corpo senza vita viene ritrovato da un barcarolo che placidamente naviga il fiume, aiutato dalla luce della luna che rischiara il volto della donna e ne svela l’identità:

La luna da lassù fa capoccella
rischiara er viso de Ninetta bella

Siamo passati dalla poesia alla canzone d’autore; Barcarolo romano, di Balzani-Pizzicaria del 1926, nella memoria di molti è collocata in un generico folklore romano pittoresco e leggero, ed è in realtà un pezzo bellissimo e tragico, ispirato e potente. Una storia di amore e morte che ha come grande protagonista il Tevere, fiume «affatato» (fatato, portatore di fato, ma anche di parola, dal verbo latino for, faris, fatus sum, fari che significa “parlare”, anche sotto la forma della profezia), che dà sì la pace ma a suo modo, invocato all’inizio e maledetto nel finale (“fiume boiaccia”), a testimoniare il pentimento del narratore.

Vi invito ad ascoltare qui la sublime interpretazione di Gabriella Ferri.

E vi lascio alla luna che preferite.

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