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«Tutto è possibile e verosimile» – Imparare dai bambini

Tra le tantissime immagini in cui mi sono imbattuto negli ultimi giorni navigando in rete – sempre più inerme di fronte  a un’invasione di informazioni e di stimoli che rende difficile stabilire delle priorità e formarsi un’opinione centrata su un argomento – ce n’è una che mi ha colpito al cuore. E’ la foto di alcuni bambini di Aleppo che si tuffano in una piscina. La particolarità è che la piscina non è una piscina vera e propria, costruita dall’uomo, ma è una sorta di piscina naturale, nel senso che si è “naturalmente” creata nel cratere derivato dall’esplosione di una bomba. Insomma una piscina “in-naturale”. Di questi bambini, che non sono ripresi frontalmente ma dall’alto, si intuisce l’entusiasmo per questo nuovo spazio di gioco e di divertimento. Uno spazio che deriva da uno scampato pericolo per loro, e che è l’espressione concreta, tangibile, della tragedia che stanno subendo quotidianamente, per di più nell’indifferenza generale.

Ma ai bambini quest’ultimo dato non importa. Sono lontani dall’età della razionalizzazione, da una presa di coscienza critica sulle motivazioni che hanno portato a questo stato di allarme perenne, e ancor di meno possono porsi il problema delle responsabilità. Avvertono sicuramente il pericolo, la paura. Subiscono, fatalmente, quello che sta accadendo intorno e dentro alle loro vite. E tuttavia, il loro istinto di sopravvivenza ha la meglio. Alla loro età, sopravvivere significa rifugiarsi nel gioco, trovare ogni giorno il motivo per sorridere, divertirsi, condividere l’entusiasmo e l’energia indomabile che li anima. Il gioco in cui sono impegnati in questa fotografia è intrinsecamente un atto eversivo e fondativo al contempo: è un’inconsapevole ribellione alla violenza che sta stravolgendo le loro vite, ed è già una ricostruzione.

La risorsa cui attingono è l’immaginazione, una risorsa che nessuna guerra potrà mai sottrarre loro. L’immaginazione permette di ricostruire il mondo dalle macerie, di trovare la meraviglia e la bellezza laddove la storia ha aperto una lacerazione che chissà tra quanto tempo e a che prezzo sarà colmata. Essa è dunque il loro strumento elettivo di lettura e di ri-creazione dello spazio e del tempo. Lo dice bene Ingmar Bergman nello splendido Fanny e Alexander, film molto caro alla parte femminile della mia famiglia, da cui mia madre estrapolò e trascrisse per noi figli questa frase, che nel film la nonna dice ai due fanciulli leggendo loro Il Sogno di Strindberg, e che è stata per me un viatico negli anni:

Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono. Su una base insignificante di realtà, l’immaginazione fila e tesse nuovi disegni.