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«Non c’è più scandalo e non c’è più sorpresa» – Fare i conti con la morte.

Come la mettiamo con la morte? «Che robaccia! Che mostruosità! Ma non potevano inventare qualcos’altro?», pare dicesse Elsa Morante vedendo morire l’amato gatto Caruso.

La morte è sempre uno scandalo. Ai nostri occhi umani, inconsapevoli di ciò che profondamente ci regola e ci determina, essa non smette mai di sembrare assurda, oscena nel senso etimologico di ob-scoenum (fuori dalla scena, ossia dalla vista). Con difficoltà ci andiamo assuefacendo alla più crudele delle sottrazioni. Nei casi migliori – non senza un grande sforzo – arriviamo a capire che la morte è parte della vita, ne è inscindibile, e che la nostra vita acquista senso, autenticamente, solo in relazione alla propria finitezza.

In alcune filosofie orientali, la morte viene celebrata, addirittura festeggiata, come un passaggio, un transito verso un’altra vita. Ai bambini non si nasconde il lutto, ma anzi li si guida alla comprensione di questo evento naturale e inevitabile. Il morto viene salutato, non pianto. Va da sé che questa mentalità è sicuramente la più funzionale, la più rasserenante.

Ma non è sempre un male vivere la morte come uno scandalo nel momento in cui ci riguarda, ci travolge, si palesa.  La sua forza d’urto non deve mai essere sottovalutata o sminuita. Quel momento aurorale, primigenio, in cui la notizia di una morte ci lascia sgomenti, proprio quello è un momento prezioso di contatto con noi stessi; di riappropriazione di un senso di stupore, di non rassegnazione davanti a ciò che sappiamo inevitabile e che pure non arriva mai nel momento giusto. Perché se è vero che la morte è parte della vita, lo è anche il dolore che essa genera.

Ed è forse proprio il trauma, questa prima “pietra dello scandalo”, che permette di costruire nel tempo l’abitudine all’assenza di chi è venuto meno, rivelandoci la “carnalità” della morte. Un passaggio necessario alla riconnessione del nostro tessuto emotivo e della nostra vita psichica.

D’improvviso comincia l’annunzio delle morti,
da ogni nazione arrivano notizie
ma nessuno ho mai visto morire
e la morte è astratta sottrazione
che si svela carnale dentro il tempo,
pezzo per pezzo la figura si compone
per ogni gesto che non trova compimento.
Non c’è più scandalo e non c’è più sorpresa
si sposta solo il margine d’attesa.
Pietà per me che resto qui sospesa.

Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, (Einaudi, 2006)