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Il male della terra, il male dell’uomo – Terremoti e migrazioni

Mercoledì 26 ottobre 2016 è iniziato lo sciame sismico che sta ancora sconvolgendo l’Italia centrale. La terra trema, distruggendo case, monumenti, e portando in superficie un senso di precarietà e di perdita. I testimoni, coloro che restano e che raccontano, faticano a liberarsi dalla tristezza di ciò a cui hanno assistito. L’etimo lo spiega chiaramente. In latino testimone si dice testis, ma spesso si riscontra anche la versione terstis. In un suo intervento sulla poesia testimoniale, Biancamaria Frabotta spiegava molto bene che

Quest’ultima parola è una specie di fusione tra “tertius” e “tristis”, ossia il terzo e il triste. Chi parla è il terzo, che si frappone tra la voce del salvato e la voce del sommerso, e questo provoca una grande tristezza, perché chi testimonia sa di farlo in articulo mortis.


Il giorno successivo al primo terremoto, giovedì 27 ottobre, è morta la poetessa Jolanda Insana. Quando ho appreso questa notizia, stavo leggendo la bella e recentissima antologia di Daniela Marcheschi Antologia di poeti contemporanei. Tradizione e innovazione in Italia (Mursia, 2016), che comprende tra gli altri poeti anche Insana. Trapiantata a Roma dal 1968, era messinese d’origine. Proveniva dunque da una città fortemente sismica, che non si è mai liberata dello spettro del terribile terremoto che la devastò nel 1908. Nel parlare di Lucrezio, e di come la sofferenza possa derivare all’uomo dalla natura stessa, Insana dice:

Vengo da una città di maremoti e terremoti e ho un’infanzia terremotata. Ho conosciuto il male della terra, ma la terra non ha coscienza di farti del male, si assesta e aggiusta, riequilibra i vuoti e i pieni, e si sposta e cozza. La stessa cosa fa l’uomo, l’uomo però ha coscienza di farti il male.

Quell’infanzia terremotata Insana sembra averla introiettata inesorabilmente nella propria lingua poetica che è mossa, incandescente, scomposta, e che testimonia costantemente una rivolta: alla sopraffazione, alla sofferenza, alla morte . Nel corso della sua lunga e prolifica attività poetica, Insana ha dunque affrontato spesso il tema del male. Se il male della terra è incolpevole, non lo è quello dell’uomo. In un testo pubblicato proprio nell’antologia citata, la poetessa parla di un altro macroscopico spostamento che riguarda i nostri drammatici giorni; quello dei migranti, di chi la terra la solca sfuggendo a un male e incontrandone un altro, quest’ultimo creato senza dubbio dagli uomini. Stiamo vivendo un’epoca di assestamenti e di aggiustamenti, terreni e umani. Contro il male invisibile, imprevedibile, non possiamo nulla. Ma a quello visibile, artificiale, possiamo e dobbiamo opporre noi stessi e la nostra umanità.

Vanno vengono vengono vanno
avanzano indietreggiano
vengono vanno vanno vengono
sommuovono il suolo
e sotto i piedi è cupo il rimbombo –

Vengono dai tropici e dall’equatore
da deserti savane e foreste
alture e pianure
in cerca di pastura –
vengono da guerre genocidi e carestie
da terremoti tirannie e maremoti
e in fuga vanno per terre straniere –

Morti di fame si trascinano dove c’è un pezzo di pane
un morso di companatico –
topi che cercano il granaio
formiconi a caccia di pagliuzze
s’incarteranno per mare in gusci di noce
scivolano scivolano in acqua
e affogano
e niente vi trema
per voi sono morti che si aggiungono ad altri morti –