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La luce (e la voce) dei morti

Diciamo la verità: parlare della morte in poesia è estremamente difficile. Come per tutte le cose davvero inconoscibili e ineffabili, il nostro margine di avvicinamento, l’addomesticamento che tentiamo di fare della morte attraverso le parole, è un compito arduo e spesso ingrato. Naturalmente non sono mancati e non mancano poeti che hanno scritto versi memorabili sul tema. Dipende moltissimo, credo, dal punto di vista che si adotta e dal grado di distanza che si riesce a creare dal proprio io. «Si dovrebbe avere la forza di pensare la morte, di parlare della morte senza mai pronunciare la parola io. Chi scrive dovrebbe scostarsi del tutto, lasciare la morte sola, togliersi ogni voce» scrive Antonella Anedda nello splendido, inclassificabile libro Cosa sono gli anni.

Personalmente ho sempre preferito i poeti che più che parlare della morte parlano dei morti. I morti, molto più di questa entità sovrastorica che li avvolge e li determina nella loro condizione, sono oggetti della nostra esperienza; sono assenze reali, paradossalmente tangibili. Per questo motivo, possiamo più facilmente avvicinare la morte accostandoci a loro. Alcuni poeti scelgono di dare voce ai morti; è il caso, notissimo e dagli esiti straordinari, di Edgar Lee Masters nella Antologia di Spoon River. Oppure, per venire a esperienze più recenti, è il caso di Maria Grazia Calandrone in più di un libro, per esempio La macchina responsabile. In questi casi, a parlare sono coloro che non hanno più corpo e voce, e che testimoniano la loro esistenza da un altrove, affidando al poeta il compito di restituire la loro ultima verità.

Ma c’è un altro modo di parlare dei morti, e cioè ipotizzandone usi e costumi, immaginandoli simili a noi. Cosa fanno, dove vanno, come si comportano? Gabriele Galloni, giovanissimo poeta (è nato nel 1995) alla sua seconda prova di poesia, ha dedicato ai morti un intero libro, dal suggestivo titolo In che luce cadranno. E’ un titolo che a me ha evocato il mio amatissimo Vittorio Sereni, anch’egli impegnato nell’esplorazione di quel confine tra vivi e morti che nel suo caso è anche un discrimine tra vivi e morti in vita. L’interrogativo che allarma il titolo di Galloni trova risposte solo parziali e provvisorie nelle poesie, che pure, nella loro densa e cadenzata brevità, sono tutte, e direi quasi solo, impegnate nella rivelazione dei gesti, dei nascondigli, delle sembianze, delle trappole, degli assilli che li caratterizzano e li in-trattengono qui tra noi vivi, o illusoriamente tali. I morti sono in definitiva «l’ultima / didascalia del mondo / conosciuto». Prossimi a noi, ma in un semi-buio che ce li svela solo a tratti, impegnati in oscure e a volte buffe, nostalgiche liturgie: «I più frivoli tra i morti / si adornano con piume / di struzzo. // In riva a un fiume / (qualsiasi fiume) / pensano al mare».

Forse, a ben guardare, la questione è proprio nella luce; coloro che se ne vanno cadono sotto un’altra luce, rendendosi invisibili ma non infrequentabili, purché ci si metta nella loro frequenza e ad essa si dia voce. Come accade nella poesia.

I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

Gabriele Galloni, In che luce cadranno, RP libri, 2018